Lujanera, la Chica del bar Globo

Racconto di Adamo Bencivenga

Le Chicas sedute ai tavolini del bar Globo si lasciavano andare a sorrisi ammiccanti, erano belle e more, qualcuna bionda tinta, ma tutte alte e formose, dai sederi invitanti, dalle gambe lunghe come i loro pendenti, le labbra come culle e i visi sfaccettati. Mostravano tutto ciò che avevano e giuravano che non era poco, anche se non avevano altro. Qualcuna neanche una casa, un posto dove dormire, una madre per piangere, un padre per obbedire, un marito per cornificare, ma tutte erano ricche del proprio mestiere e tutte indistintamente avevano un padrone, altrimenti lì, ai tavolini del bar Globo, non sarebbe stato permesso accavallare le gambe e mostrare le loro belle forme.

Mi fermai ad ammirarle come se fossi stato in un museo, si lo ammetto avevo bisogno di compagnia e la bellezza mi ripetevo non aveva tempo e non aveva luogo. Allora mi avvicinai ad una di loro, certamente la più bella, sicuramente la più provocante, i suoi grandi orecchini sapevano di bigiotteria, sapevano di casas malas, di tango e arabalero. Disse di chiamarsi Lujanera, come il titolo di una canzone, come la sua faccia a tinte forti. Lei mi fissò senza guardarmi, i suoi modi erano sbrigativi, il suo tacco 12 dondolava sfacciato come un richiamo, le sue cosce bene in vista poi non costavano molto, forse quanto un chilo di carne buona o un biglietto al Cirque du Soleil.

Avrà avuto solo vent’anni o qualcosa di più ed io con i miei quaranta mi sentii vecchio, ma lei non badò a questo, col suo viso da zingara tintinnava i suoi pendenti vistosi e come un cuore che batte, una musica nuova, mi sussurrò dolcemente cinquanta come fosse un ti amo, una dichiarazione d’amore. Rimasi lì allibito, sorpreso che con così poco si potesse comprare tanta bellezza, ma lei non si perse d’animo e mentre ostentava il suo seno ripeteva a cantilena il suo listino di bocca, seno, fica e culo. Già, vendeva il suo corpo a pezzi, come un macellaio fa col suo manzo, perché nessuno lì, nel quartiere spagnolo, aveva i soldi per comprarlo intero. Sì fermò un momento, si guardò intorno, il bar era pieno di gente, ma poi riprese e le sue parole erano sempre le stesse perché lì non si faceva poesia, lì non si parlava d’altro, lì si vendeva l’orgasmo a prezzi stracciati e lei del resto non chiedeva molto. Perché lei era bella, lei era Lujanera e se compravi la bocca ti offriva gratis il suo seno generoso, che ostentava per mostrarti cosa avresti perso, come il suo viso truccatissimo, come le sue cosce aperte che ti invitavano a fare in fretta e non pensarci due volte.

Dietro di me c’erano altri due uomini in attesa, ma avevano le tasche vuote, lei li conosceva e sapeva che ero solo io il pollo da spennare, la tasca da sgonfiare. Accanto a lei, seduta allo stesso tavolo, una sua collega si stava rifacendo il trucco, ma nessuno la reclamava. Nessuno le offriva un prezzo perché solo Lujanera era la luce e la sua amica solo un’ombra che le faceva da contorno, non perché fosse brutta, anzi, ma non possedeva l’arte di offrire, l’astuzia di vendere, l’anima da mostrare.

Alla luce dei faretti in penombra lei mi sorrise e mi chiese alzando la gonna se avessi avuto bisogno di culla per quella notte, se la merce che vedeva fosse di mio gradimento. E intanto vezzosa mi mostrava il suo spacco, spalancava le cosce per non lasciare alcun dubbio che quello che offriva fosse un paradiso o un tombino a seconda di quello che andassi cercando.

Mi sorrise di nuovo, era esperta Lujanera, sapeva che quello era il momento giusto e che doveva osare. Mi disse: “Ehi straniero, io ho tanto tempo. Il mio mestiere è aspettare, se vuoi puoi farti un giro e tornare dopo, io sarò sempre qui ad aspettarti…” Così dicendo accavallò ancora le gambe e vezzosa alzò quel tanto la gonna per farmi ammirare meglio la sua merce, e allora sorridendo mi invitò di nuovo. Certo sì aveva mestiere, ma dietro quel sorriso m’apparve una inconfondibile sfumatura di tristezza e miseria come se davvero l’unica cosa che le fosse rimasta fosse quella di affittare un pezzo del suo corpo per un quarto d’ora.

Disse che chi l’aveva provata ci ritornava spesso, nessuno poteva fare a meno di lei, la Regina del bar Globo, la puttana che tutti avrebbero voluto come sposa. Si illudeva Lujanera oppure era solo un modo per reclamizzare il suo prodotto. Si dava per poco e con poco campava perché il resto andava nelle tasche del suo uomo a cui lei aveva promesso la vita. Non poteva sgarrare, lo sapeva Lujanera, perché il suo uomo sapeva distinguere un sorriso d’amore da quello di mestiere, perché il suo uomo era lì a due passi e contava i clienti come i bicchieri di tequila.

Insistette e mi disse che dentro il Bar Globo non c’erano altre donne più belle di lei, non c’erano puttane che l’avevano più bella e tutte più o meno offrivano il meglio perché: “È l’amore che detta ogni legge e l’amore a quest’ora è un dovere o un lusso.”

“Ehi straniero, mi piaci, ma non posso dartela gratis! Se sono il tuo tipo e vuoi farti un giro non perdere tempo.” Aveva ragione, più passavano i minuti e più mi sentivo attratto da lei, ma non era solo sesso. Lì in piedi stavo superando il tempo necessario tra una puttana e il suo futuro cliente e lei aveva timore che il suo uomo avrebbe potuto ingelosirsi. Mi fece cenno di non parlare e mi invitò nella sua alcova, ovvero nella toilette del Bar Globo. Si alzò e la vidi camminare, era bella Lujanera, aveva un sedere da vetrina e lei lo muoveva sgraziata, eh già come una puttana.

La seguii senza pensare come se quei fianchi fossero una calamita. Entrammo, la toilette era stretta, un budello di cemento armato dove si stava a malapena in due. Lei si tolse il tubino in latex e da esperta fece le prime mosse, come se quel posto fosse una suite a cinque stelle, ma in realtà era solo un cesso che puzzava di piscio. Lei non perse tempo. Mi disse di fare in fretta perché il suo uomo contava i minuti e contava i suoi gemiti e sapeva distinguere un sospiro d’amore da quello di mestiere.

“D’accordo straniero? Sono cinquanta!” Quasi si scusò: “Perché l’amore ha un prezzo con chiunque si faccia, moglie ed amica o puttana di strada, oppure figlia perché davvero è successo, quando bambina mi concedevo a mio padre.” L’accarezzai e lei alzò la gonna aprendo volgarmente le sue gambe. Sotto portava un reggicalze da poco prezzo, un paio di calze nere sfilate, con un ricamo di pizzo servito da poco per compiacere due occhi e chissà quale voglia.

In quel momento la vidi mamma, amante, figlia e sorella, e il suo sorriso era uno strappo che né il tempo e nessuno avrebbero potuto ricucire, ma era bella e fragile come un battito d’ali e i suoi occhi confondevano l’amore con i suoi stivali, col rossetto che ora ripassava due volte per darmi l’idea di quanto la sua bocca valesse più o meno un mezzo giro di giostra, un circo alla fiera con gli acrobati nani.

Lei si inginocchiò e dopo un solo attimo avvolto dal velluto delle sue labbra sentii già il piacere, aveva ragione Lujanera, lei non mentiva. “Ehi straniero non credevo di farti quest’effetto!” Sorrise contenta, si sentiva donna per così poco, soddisfatta per avermi fatto godere così in fretta, poi allungò la mano e riscosse il dovuto. Mi disse di avere una figlia di quattro anni nata da chissà quale padre. Per questo faceva il mestiere anche se aveva studiato ed aveva un diploma da sarta. Poi prese il telefono e mi fece vedere una foto di una bimba che giocava in un piccolo giardino pubblico. Mi disse che quella figlia era tutta la sua vita e non aveva altro per cui vivere, nient’altro da difendere, neanche le sue cosce che ora mi mostrava sperando che avessi ancora voglia e le raddoppiassi il compenso.

Per invogliarmi mi disse che ero un bell’uomo, che anche lei avrebbe voluto godere, ma non lì, nel cesso del Bar Globo, non lì a due passi dal suo uomo che avrebbe potuto sentirla, perché a lei non era consentito godere. Mi disse che a cento metri dal Bar Globo, c’era un posto dove passava tutta la città, un seminterrato con una camera e cucina. Lì se avessi voluto avrei potuto sentirla urlare e godere.

Accettai, lei si ricompose ed uscimmo dal bagno. Immediatamente si staccò da me. La guardai da dietro, il suo sedere era davvero un’opera d’arte, i suoi fianchi una delle sette meraviglie del mondo. Lei andò dal suo uomo, gli diede il misero incasso, poi li vidi parlare, sapevo che stavano parlando di me, già ero io il pollo da spennare. Poi lui acconsentì, lei tornò ed insieme uscimmo dal Bar Globo.

La notte era fredda, la nebbia avvolse il rumore dei suoi tacchi, camminammo lungo il viale, io col mio cappello nero e l’impermeabile bianco, lei con il suo latex fucsia e la sua andatura da puttana. Mi prese sottobraccio poi chiese il mio nome, gli anni e se fossi sposato. Dissi di no e lei rise contenta. Poi svoltammo l’angolo, due donne avanti con gli anni battevano il marciapiede, lei mi disse che quella era la strada delle donne sposate, non propriamente puttane di mestiere, ma in un angolo buio della strada arrotondavano la misera paga dei loro mariti consenzienti. “Ehi straniero, ma non ti fidare, loro sanno come ingannare un uomo e farlo sentire un grande amante, perché hanno tanta esperienza nel simulare l’orgasmo così che il cliente va a casa soddisfatto per aver fatto godere una donna.”

Sorrise ancora Lujanera ed io mi lasciai rapire. Comprammo due bottiglie di vino rosso da un’ambulante e poi ci fermammo davanti ad un portone in ferro scuro, lei frugò nella sua borsa e prese la chiave. Entrammo, era davvero un tugurio. Una stanza con un letto senza finestra al piano terra con un forte odore di disinfettante. Mi disse di non fare troppo rumore e intanto seduta sul bordo del letto lei si tolse i tacchi ed io solo il cappello. Mi avvicinai e la baciai in bocca, lei stranamente ricambiò porgendomi il suo seno: “Prendilo straniero, ma costa molto, più di quanto saresti disposto con una di quelle d’alto bordo. Ho promesso al mio uomo che sarei tornata domattina con almeno cinquecento!”

Mi vide sorpreso. “Ehi straniero, sei sempre in tempo a ripensarci.” Ma io assaporai la normalità di quell’incontro, come se lei non fosse una puttana, come se io non fossi un cliente. Lei mi disse ancora: “Prendilo.” Ed io questa volta non mi feci più pregare. Poi sospirando disse: “Se vuoi posso essere tua moglie per una notte.”
Io non dissi nulla convinto che stesse scherzando e l’amore non fu romantico, ma ci baciammo tutta la notte e solo allora mi convinsi che forse aveva un po’ ragione. Comunque l’amore fu come venne, ma per fortuna c’era il vino, non era un granché, ma lo finimmo prima dell’alba. Prima di addormentarmi baciai ancora il suo seno e lei mi disse grazie ed io mi chiesi il motivo, poi mi accarezzò la fronte ed io le dissi amore, così nudo e crudo, come se davvero lo fosse e lei quasi commossa intonò una ninna nanna.
“Duerme, duerme hombrecito, duerme tranquilo porque esta noche conociste a tu mujer, la que siempre has querido, un poquito de mamá y un poquito de puta, pero con un gran corazón tan grande como el de las novias en el altar”*

Mi risvegliai che era quasi mezzogiorno. La stanza era vuota e di Lujanera rimaneva solo il suo profumo. Chiesi di lei alla donna che puliva. Una signora grassa dal seno enorme e una fascia rossa tra i capelli.
“Qui ne passano tante e ogni sera hanno un nome diverso.” Mi disse quasi spazientita. “Ma io sto cercando Lujanera, l’ho incontrata ieri sera al Bar Globo col cuore in tasca e due polmoni da vetrina, fumava il filtro e aveva un culo che parlava… pensavo che fosse sua questa stanza… o quanto meno l’avesse affittata.”
“Quella? E chi la conosce quella lì!” Disse sospirando, poi scosse la testa e mi guardò con compassione.

Mi alzai sconsolato e solo allora vidi una rosa rossa tra le due bottiglie vuote sopra il comodino ed un biglietto verde con scritto: “Ti aspetto alle quattro, al 52 di Calle Ermosa, non cercarmi al bar Globo. Se verrai sarò tua per sempre, altrimenti ti auguro un buon ritorno in Italia.”
Presi il biglietto e uscii da quella casa, Camminai per due ore senza meta, il mio aereo era previsto per le sette di quella sera.


Sono seduto nella veranda del mio appartamento ai Parioli con vista San Pietro, il clima è piacevole nonostante sia inverno. Sono passati circa tre anni da quella sera al Bar Globo.
“Tesoro, sei pronto?” Sento la voce di mia moglie che mi chiama e mi dice di sbrigarmi. Oggi a scuola c’è la recita di Natale di nostra figlia Maria Dolores e siamo in ritardo. Mi alzo e la guardo, lei davanti allo specchio si sta truccando. Le vado vicino, la bacio e le dico: “Sei bellissima amore.” Lei si accorge del mio desiderio e mi sorride: “Ehi straniero, è tardi, ora non possiamo.”

fine


Il racconto è frutto di fantasia.
Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale..
© All rights reserved
© Adamo Bencivenga – Tutti i diritti riservati
Il presente racconto è tutelato dai diritti d’autore.
L’utilizzo è limitato ad un ambito esclusivamente personale.
Ne è vietata la riproduzione, in qualsiasi forma, senza il consenso dell’autore